Friday, 1 June 2012
Adelante, con juicio......
È molto interessare leggere il contenuto di questi documenti nella parte relativa ai rapporti con le autorità civili.
Nella lettera circolare del 3 maggio 2011 della Congregazione della dottrina della fede si legge che «l’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile. (ma vá???!!!). Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».
Si sperava quindi che la Cei prescrivesse ai Vescovi di denunciare alle autorità civili i casi di abusi sessuale di cui erano venuti a conoscenza.
Invece nelle linee guida si legge che «i Vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero».
Secondo la Cei le autorità giudiziarie possono richiedere «eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico (…) ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro». Inoltre per la Cei «rimane ferma l’inviolabilità dell’archivio segreto del Vescovo previsto dal can. 489 CIC, e devono ritenersi sottratti a ordine di esibizione o a sequestro anche registri e archivi comunque istituiti ai sensi del CIC, salva sempre la comunicazione volontaria di singole informazioni». La Cei – in queste linee guida – ribadisce l’aderenza di queste posizione con quanto sostenuto dalla Congregazione nella citata circolare nella parte in cui si afferma che «va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale». La Cei però ricorda che «nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida».
Lo stesso monsignor Crociata (meraviglioso caso di nomen-omen, sincerissimi complimenti al senso dell´umorismo di chi lo ha promosso a questo incarico) – segretario generale della Cei – presentando il documento ha ribadito che «non possiamo chiedere al vescovo di diventare un pubblico ufficiale: formalizzare la richiesta al vescovo di denunciare i casi di abuso vuol dire andare contro l’ordinamento, del resto su questo problema la cooperazione con la magistratura è un fatto ordinario» e inoltre «è chiaro a tutti noi vescovi che bisogna collaborare con le autorità civili, ciò non vuol dire che noi si possa operare in modo difforme da quanto prevede la legislazione». Ovviamente i vescovi – non essendo dei pubblici ufficiali – non sono obbligati in base alla legge (art. 357 – 358 codice penale) a denunciare un reato.
Di certo se in questo documento interno fosse stato fatto obbligo ai vescovi di denunciare i casi di abuso sessuale non sarebbe stata una prescrizione «contro l’ordinamento» o «difforme da quanto prevede la legislazione» per usare le stesse parole di monsignor Crociata: non ci sarebbe stata nessuna violazione di legge in tal caso. Inoltre anche se il privato cittadino (quale può considerarsi un vescovo) non ha l’obbligo di denunciare un reato di cui è a conoscenza, il buon cittadino rompendo il muro di omertà non andrà mai contro la legge se denuncia un reato.
Comunque se il problema è la legge che non assegna ai vescovi lo status di pubblico ufficiale, provocatoriamente si potrebbe proporre di assegnare ai prelati lo status di incaricato di pubblico servizio: considerando l’onnipresenza di membri del clero anche in cerimonie civili l’idea non sarebbe infondata.
Sebbene lo stesso Crociata ha ribadito che «su questo problema la cooperazione con la magistratura è un fatto ordinario», le cifre da lui stesso presentate suggeriscono che sia necessaria una maggiore cooperazione. Infatti in Italia i casi di pedofilia da parte di chierici nel periodo 2010-2011 sono stati finora 135 e solo 77 casi sono stati denunciati alla magistratura.
Friday, 23 March 2012
Si me matan resucitare en el pueblo salvadoreno
Oggi, 24 marzo, 32 anni fa moriva Oscar Romero, il vescovo di San Salvador mandato dal Vaticano come provato conservatore contro le derive "comuniste" della Teologia della Liberazione e diventato invece il simbolo della chiesa rivoluzionaria che si schiera dalla parte del popolo e non degli oppressori.Aveva deciso di non tacere monsignor Oscar Arnulfo Romero, voce coraggiosa del popolo salvadoregno; aveva scelto la strada della denuncia aperta contro violenze e ingiustizie in difesa dei diritti umani, in un momento in cui la stragrande maggioranza della popolazione versava in condizioni economiche estremamente difficili e le progressive ribellioni, i colpi di stato militari e delle forze dell’estrema destra conducevano irrimediabilmente alla guerra civile.
El Salvador era allora tiranneggiato da poche decine di famiglie ricche che sfruttavano terre e contadini senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione. La situazione politica interna era incandescente: gli interessi dei due fronti antagonisti, l’oligarchia al potere e le rappresentanze popolari si mescolavano in una miscela esplosiva con quelli delle grandi potenze mondiali. In tale contesto Romero, uomo timido e introverso, viene spinto dalle circostanze a divenire strenuo difensore del popolo. Ordinato sacerdote nel 1942, negli anni della sua prima formazione è un moderato, un uomo prudente, considerato dal clero del suo tempo conservatore e tradizionalista. Guarda con apprensione anche all’assemblea di Medellìn, nella quale la Chiesa latinoamericana aveva fatto la coraggiosa opzione per i poveri.
La sua laboriosità e l’obbedienza gerarchica gli valgono la nomina a vescovo nella diocesi di Santiago de Maria. All’epoca però porta avanti il suo mandato senza riuscire ad avere un particolare ascendente sulla comunità dei fedeli. Nel 1977 viene nominato Arcivescovo di San Salvador, capitale del paese, e la scelta della sua persona per un posto così di rilievo è addirittura salutata dal potere politico come una vera e propria vittoria. È a questo punto che la vita del Vescovo subisce una svolta radicale. Poco dopo l’inizio del nuovo incarico, il suo fraterno amico padre Rutilio Grande, che aveva abbracciato la causa dei contadini, viene ucciso. Nella omelia funebre riconosce che egli è morto solo per aver voluto strenuamente difendere e proclamare la dottrina sociale della Chiesa. Tema caldo dell’epoca era infatti proprio il rapporto fede-politica, emerso dopo il Concilio Vaticano II, e la presa di posizione di gran parte del clero sudamericano in favore della teologia della liberazione e della dottrina sociale della Chiesa.
Sono in molti a ritenere che dopo tale tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador.
Da quel momento diventa un altro uomo, e sentendo tutta la responsabilità del proprio ruolo reagisce difendendo la Chiesa e il proprio popolo. In realtà, più che un convertito sulla via di Damasco, Romero appare come un uomo dalla grande apertura mentale, e più che di vera e propria conversione sarebbe giusto parlare della “evoluzione” di un uomo che, abbandonando progressivamente posizioni più tradizionaliste, si apre alle posizioni del Concilio Vaticano II perché si rende conto di doversi adattare ai tempi e di aprirsi alla voce dello Spirito che parla nella e dalla vita della gente. Da Arcivescovo della capitale sente su di sé una responsabilità pubblica nuova che gli impone un certo attivismo. Non può rimanere indifferente di fronte alla difficile situazione politica che coinvolge tutto il popolo. Iniziano dunque le “omelie denuncia” in cui leva alta la sua voce contro le tante violazioni dei diritti umani che si verificano nel paese. La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti. Nelle sue parole appare chiara l’“opzione preferenziale” per i poveri: “I poveri sono coloro che ci dicono che cos’è la polis, la città; che cosa significhi, per la Chiesa, vivere realmente nel mondo... Ci siamo incontrati con gli operai, che sono senza diritti sindacali e che vengono scacciati dalle fabbriche non appena provino solo a reclamarli, che sono alla mercè dei freddi calcoli dell’economia... Ci siamo incontrati con le madri e le spose dei desaparecidos e dei prigionieri politici... Questo incontro con i poveri ci ha fatto recuperare la verità centrale del Vangelo nel quale la parola di Dio ci sollecita alla conversione... La speranza che predichiamo ai poveri perché sia loro restituita la dignità, è per dare loro il coraggio di essere, essi stessi, gli autori del proprio destino. In una parola, la Chiesa non solo si è voltata verso il popolo, ma fa di lui il destinatario privilegiato della propria missione”.
Con parole semplici e dirette si rivolge ai suoi fedeli reinterpretando tutto, anche i momenti difficili che vive il popolo salvadoregno, alla luce del Vangelo. Da bravo comunicatore quale è, riesce a farsi capire dal popolo anche scegliendo mezzi decisamente anticonvenzionali per i tempi: la sua voce, oltre che dall’altare, arriva alla gente tramite il mezzo radiofonico o addirittura, quando si sposta per il paese in automobile, tramite l’altoparlante. Tutto ciò è una testimonianza chiarissima della vicinanza e della passione per la sua gente. Ma nutre anche un amore inattaccabile per la Chiesa. Entrato a far parte della schiera degli innovatori conciliari, è un convinto assertore della necessità che la Chiesa diventi guida morale della società e pertanto che ispiri la politica nel senso dell’etica e della giustizia: “La nostra Chiesa deve impegnarsi senza paura nelle situazioni concrete, storiche, politiche del momento, continuando ad essere sempre Chiesa e Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo… La fede in Dio impegna l’uomo nella storia”.
In qualche modo dunque vuole attualizzare la dottrina, calare la fede nella quotidianità usandola come mezzo per operare per il bene comune. Ritiene necessario vivere il Vangelo solidarmente con le angosce e le speranze degli uomini. Non fa mistero del suo sogno di un paese liberato da ingiustizie, odi, rancori, divisioni. Tuttavia la difesa dei diritti umani e della dignità dell’uomo, sia pure perseguita partendo dai testi della parola di Dio, disturba non solo i detentori del potere ma anche tutti coloro che si ergono a difensori della cristianità di fronte al comunismo ateo. Romero diviene così oggetto di strumentalizzazioni oltre che di critiche feroci da parte di molti settori ecclesiastici. In realtà, come rivelano i suoi collaboratori più stretti, ha una grande capacità di distacco da questioni partitiche. Libero da gabbie e pregiudizi ideologici, afferma: “La Chiesa non può confondersi in nessun modo con il partito politico, anche se spesso si ricercano obiettivi a volte simili, come la giustizia sociale, la partecipazione politica di tutti i cittadini”.
Scrive al presidente americano Jimmy Carter, una lettera che è una esplicita accusa alla politica americana in America Latina, fatta di appoggi alle dittature in nome della lotta al "comunismo". La lettera inizia dicendo a Carter: "You say that you are Christian. If you are really Christian, please stop sending military aid to the military here, because they use it only to kill my people."
Non deve essere facile infatti la vita del vescovo di San Salvador, sottoposto a pressioni continue, critiche, allo strazio per le condizioni della sua gente e alle minacce che gli provengono dal potere che avversa. E certamente Romero non è l’indomito combattente descritto dai tanti films realizzati per raccontare la sua storia; aveva un carattere complesso, un comportamento non sempre lineare, a volte insicuro. Ma proprio questo lo rende così vicino, così umano. Aveva paura, come tutti gli uomini che vivono in una situazione di pericolo: “Ho paura per la violenza verso la mia persona. Temo per la debolezza della carne, ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza... L’altro mio timore è riguardo ai rischi della mia vita. Mi costa accettare una morte violenta che in queste circostanze è molto probabile... Le circostanze sconosciute si vivranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo assistette i martiri e, se necessario, lo sentirò più vicino nell’affidargli il mio ultimo respiro”. E nonostante tutto, fedele alla sua missione pastorale, rifiuta la scorta che gli viene offerta in seguito all’aggravarsi della situazione politica: “Sarebbe una contro-testimonianza pastorale se io potessi muovermi sicuro mentre il mio popolo vive nel pericolo”.
La sua umanità è rivelata anche dalle testimonianze di chi conoscendolo notava una grande differenza tra ciò che era fuori e ciò che diventava sull’altare. Da uomo incerto, influenzabile e apparentemente fragile nel quotidiano, sul pulpito acquistava grinta e coraggio, trasformandosi, per amore del suo popolo, nella voce forte e risoluta che periodicamente denunciava ingiustizie e soprusi. Negli ultimi mesi della sua vita, presagendo l’irreparabile, arriva alla accettazione della morte, fa ciò che crede suo dovere, lasciando alla volontà divina la soluzione finale della sua vita: “Spesso hanno minacciato di uccidermi. Come cristiano devo dire che non credo nella morte senza resurrezione: se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza superbia, con la più grande umiltà. In quanto pastore ho l’obbligo, per divina disposizione, di dare la mia vita per coloro che amo, ossia per tutti i salvadoregni, anche per coloro che potrebbero assassinarmi. Se le minacce giungessero a compimento, fin d’ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, il mio sangue sia seme di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà.[...] Morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio, ossia il suo popolo, non perirà mai”.
Romero era dunque un grande ostacolo da eliminare e non solo per il suo progressismo politico... Parlava troppo, dava ai poveri la speranza del cambiamento alla luce della parola di Dio, ogni giorno presentava il conto delle vite umane, poneva gli uomini di fronte alle proprie responsabilità e alle proprie coscienze, e niente è più destabilizzante del porre gli individui davanti alla coscienza personale. La sua ultima omelia è un accorato appello contro la repressione e in qualche modo sarà anche la sua definitiva condanna a morte: “Vorrei rivolgere un invito particolare agli uomini dell’esercito... Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini; ma davanti ad un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE... Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio... Una legge immorale nessuno deve adempierla. È ora, ormai, che recuperiate la vostra coscienza e obbediate anzitutto ad essa, piuttosto che all’ordine del peccatore. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può rimanere in silenzio di fronte a così grande abominazione. Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue… In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!”.
La sera del 24 marzo verso le 18.30 nella cappella della Divina Provvidenza, Romero termina la sua omelia, e si appresta al momento dell’offertorio. Uno sparo e il vescovo si accascia.
Ma da morto fa più rumore che da vivo. Per la sua gente, per la Chiesa nel mondo, egli è martire, per aver voluto illuminare la politica e la vita sociale a partire dal Vangelo, dando un messaggio di speranza nella realizzazione del Regno di Dio e di un mondo migliore. Non è morto invano. La sua voce è rimasta nel cuore del suo popolo, dove nessuno potrà mai spegnerla.
La storia del vescovo Oscar Arnulfo Romero è una storia da raccontare, che narra del difficile cammino di un uomo di Chiesa in un paese tormentato da lotte politiche, ingiustizie, povertà; che narra di una conversione ai poveri, dell’ascolto della voce dello Spirito che parla dentro la storia, che mostra un volto di Chiesa vicina alla vita della gente, che si erge a testimone dei valori della vita e del Vangelo, che esalta e sublima le tante croci portate e il tanto sangue versato, da laici e uomini
Wednesday, 5 October 2011
Tra moglie e marito....
Dal giornale di ieri:un uomo di 50 anni, Valter Henrique Batista, è stato arrestato per aver incendiato la propria casa....dettaglio, con moglie e figlio dentro, che per fortuna si sono salvati, soccorsi dai vicini. La notizia non è purtroppo nulla di troppo strano, soprattutto nei fine settimana qui, quando l'alcool fa sì che le cronache del lunedì siano piene di episodi di violenza domestica. Ma quello che è particolare è la dinamica dell'episodio: il signor Batista arriva in casa e la moglie gli dice che finalmente ha trovato lavoro come domestica in una casa. Ma lui, irritato con questi costumi moderni per cui la donna si permette di lavorare, le dice che il posto delle donne è in casa a curare i figli e che lui (disoccupato ndr) si preoccupava di sostentare la famiglia. Per ribadire il concetto, nel caso in cui non fosse stato chiaro, la gonfia di botte di fronte al figlio di 10 anni. Dopo di che esce di casa, appicca il fuoco alla propria (.....) casa di legno e va al bar a bere, visto che probabilmente non lo aveva fatto abbastanza. Nel mentre i vicini salvano i due malcapitati ma non la casa che viene completamente distrutta dal fuoco. Il bambino viene ricoverato in stato di shock, mentre la polizia va al bar dell'angolo per arrestare il buon Batista che, sulle macerie fumanti della propria casa, si dice incredulo di come le persone non si facciano gli affari propri e che ciò che è successo non è altro che: "una normale discussione tra marito e moglie"....
Saturday, 24 September 2011
Da: "Il povero scelto come Signore" di Dominique Barthélemy
Tuesday, 20 September 2011
Orgasmi
Il Concurso Nacional de Gemidos, promosso dalla maggior rete di sexyshop brasiliana, Loja do Prazer (il negozio del piacere), dal sito Sexonico e da vari blog e radio si é svolto su internet: ognuno poteva mandare il proprio gemito registrato e poi una giuria composta da internauti e da notevoli personalitá quali il giornalista Leão Lobo della rete CNT, lo psicologo Paulo Tessarioli, specialista in sessualitá umana, Edu Testosterona, editor della rivista Sexy, Acid Girl, editor del blog "aciditá femminile" e Pietra Principe, che conduce la trasmissione "Papo Calcinha" (conversazione mutandina) sul canale TV Multishow.
Con un gemito di 26 secondi intitolato "Humm..delicia" (eh sí, bisognava anche dargli un titolo), 7000 voti e il plauso della giuria Ana Beatriz si é portata a casa il primo premio, una Fiat Uno, e i titoli dei giornali qui in cittá. E, a differenza delle banalitá dei calciatori, il suo commento alla vittoria é stato emozionante: "É stato un orgasmo finto, ma é risultato molto simile con quello che faccio davvero, e la gente mi ha votato per questo." Senza dimenticare, come tutti i vincitori di qualcosa, la falsa modestia: "Pensavo che solo i miei amici mi votassero, ma il numero di voti ha continuato a crescere senza nessuna interferanza da parte loro".
Da miglior gemitrice del Brasile, non mancano ovviamente i consigli tecnici: "Io ho seguito una formula per ingraziarmi la giuria, ma che uso sempre: é un artificio per eccitare il partner: agli uomini piace un gemito che abbia un inizio, un mezzo e una fine. Non puó essere forzato né rimanere solo all´apice" raccomanda la campionessa.
Il gemito vincitore, e tutti gli altri, alcuni veramente meravigliosi, possono essere ascoltati sul sito del concorso e vi assicuro che vale la pena!!
Su questo Blog, invece, un´intervista completa alla vincitrice, é in portoghese ma si capisce
Artigianato
Per questo mi é piaciuta molto la storiella che mi ha raccontato questa settimana il mio amico Luiz Felipe:
Due brasiliani si incontrano durante un viaggio:
- Ahh, sei di Manaus? É vero che lá ci sono molti indios (domanda classica che ti senti rivolgere realmente quando viaggi per altre cittá del Brasile..ndr)
- Eh sí, ci sono molti indios....
-Ah, quindi avete anhe molto artigianato...
- Sí facciamo e abbiamo molto artigianato, tralaltro credo proprio che in casa avrai qualche pezzo di artigianato indigeno fatto a Manaus
- No, non credo, non ho nulla...
- Come?? non hai una TV al plasma? DVD? Computer? Tablet? Home Theatres? MP4? Moto?
- Sí certo...e allora?
- Quella che voi chiamate tecnologia, noi la chiamiamo artigianato...
Friday, 9 September 2011
Thursday, 8 September 2011
Porgere l’altro portafoglio
Il 9 agosto, in seguito all’annunciata manovra fiscale del governo, avevo suggerito nel post Cavaliere, ci consenta alcune misure più incisive ed eque per affrontare la crisi economica, una delle quali era “chiudere i rubinetti delle miliardarie elargizioni annuali al Vaticano, alla Chiesa e agli enti religiosi”. Aggiungendo, però, che “non una di queste misure verrà proposta, e meno che mai attuata”.
Fortunatamente, mi sbagliavo. Il 19 agosto, nel post Evasione fiscale: da che pulpito, ritornavo sull’argomento, stimolato da una presa di posizione di Massimo Gramellini, che su La Stampa aveva ripetuto la stessa richiesta. Nel frattempo, anche i radicali e l’Uaar hanno da parte loro avanzato proposte concrete di tassazione dei beni e delle attività commerciali ecclesiastiche.
L’Espresso, nel numero in edicola questa settimana, ha addirittura dedicato la copertina a quella che, coloritamente ma correttamente, chiama La Santa Evasione. Finalmente, dunque, una solitaria battaglia di nicchia ha ricevuto l’attenzione mediatica che si merita, e ha costretto “la grande meretrice” dantesca, e i suoi “protettori” politici, al contrattacco.
Ieri e oggi Avvenire ha dedicato articoli alla questione. Sostanzialmente, argomentando che la Chiesa già paga tutte le tasse dovute per legge, e non è dunque tecnicamente un evasore. Essi fingono ovviamente di non capire che il problema sono invece, da un lato, le leggi che garantiscono principesche esenzioni. E, dall’altro lato, quelle che forniscono principesche elargizioni.
Avvenire tira in ballo anche me, per la citazione su L’Espresso di quello che viene definito un mio “misterioso libro, nel quale accuso la Chiesa di evasione”. In realtà, il “misterioso libro” non è altro che il ben noto Perchè non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), che tante volte il cardinal Ravasi e altri collaboratori del giornale dei vescovi hanno attaccato e criticato: evidentemente, senza mai preoccuparsi di leggerlo.
E la “sconcertante assenza totale di fonti che i lettori possano controllare” è invece il seguente elenco, che non ho problemi a ripubblicare, a beneficio del cardinale e dei lettori. Ricordando che si tratta di cifre vecchie di qualche anno, perchè tratte dal Secondo rapporto sulla laicità pubblicato da Critica liberale nel gennaio-febbraio 2006, e dal rapporto Enti ecclesiastici: le cifre dell’evasione fiscale dell’Ares (Agenzia di Ricerca Economica e Sociale) del 7 settembre 2006.
Dunque, al miliardo di euro dell’8 per mille dei contribuenti, che molti credono ingenuamente essere l’unica elargizione statale alla Chiesa, va aggiunta ogni anno una cifra dello stesso ordine di grandezza sborsata dal solo Stato (senza contare regioni, province e comuni) nei modi più disparati.
Nel 2004, ad esempio, sono stati elargiti 478 milioni di euro per gli stipendi degli insegnanti di religione, 258 milioni per i finanziamenti alle scuole cattoliche, 44 milioni per le cinque università cattoliche, 25 milioni per la fornitura dei servizi idrici alla Città del Vaticano, 20 milioni per l’Università Campus Biomedico dell’Opus Dei, 19 milioni per l’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione, 18 milioni per i buoni scuola degli studenti delle scuole cattoliche, 9 milioni per il fondo di sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro familiari, 9 milioni per la ristrutturazione di edifici religiosi, 8 milioni per gli stipendi dei cappellani militari, 7 milioni per il fondo di previdenza del clero, 5 milioni per l’Ospedale di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, 2 milioni e mezzo per il finanziamento degli oratori, 2 milioni per la costruzione di edifici di culto, e così via.
Aggiungendo a tutto ciò una buona fetta del miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici alla sanità, molta della quale è gestita da istituzioni cattoliche, si arriva facilmente a una cifra complessiva annua di almeno tre miliardi di euro. Ma non è finita, perchè a queste riuscite uscite vanno naturalmente aggiunte le mancate entrate per lo Stato dovute a esenzioni fiscali di ogni genere alla Chiesa, valutabili attorno ad altri sei miliardi di euro.
Gli enti ecclesiastici sono infatti circa 59.000 e posseggono circa 90.000 immobili, adibiti agli scopi più vari: parrocchie, oratori, conventi, seminari, case generalizie, missioni, scuole, collegi, istituti, case di cura, ospedali, ospizi, e così sia. Il loro valore ammonta ad almeno 30 miliardi di euro, ma essi sono esenti dalle imposte sui fabbricati, sui terreni, sul reddito delle persone giuridiche, sulle compravendite e sul valore aggiunto (Iva).
Come se non bastasse, alle esenzioni fiscali statali si aggiungono anche quelle comunali: ad esempio dall’Ici, “Imposta Comunale sugli Immobili”, in quanto gli enti ecclesiastici si autocertificano come “non commerciali”. La Legge n. 248 del 2006, approvata sotto il governo Prodi, garantisce infatti l’esenzione dall’Ici agli enti “non esclusivamente commerciali”.
In tal modo i comuni italiani perdono un gettito valutato intorno ai 2 miliardi e 250 milioni di euro annui. La Santa Sede possiede infatti un enorme patrimonio immobiliare anche fuori della Città del Vaticano, in parte specificato dal Trattato del 1929: dal palazzo del Sant’uffizio a Piazza San Pietro a quello di Propaganda Fide a Piazza di Spagna, dall’Università Gregoriana al Collegio Lombardo, dalla Basilica di San Francesco ad Assisi a quella di Sant’Antonio a Padova, da Villa Barberini a Castelgandolfo all’area di Santa Maria di Galeria che ospita la Radio Vaticana, e che da sola è più estesa del territorio dell’intero Stato (44 ettari).
Ma questi non sono che i gioielli della corona di una multinazionale che nel 2003 disponeva nella sola Italia di 504 seminari e 8.779 scuole, suddivise in 6.228 materne, 1.280 elementari, 1.136 secondarie e 135 universitarie o parauniversitarie. Oltre a 6.105 centri di assistenza, suddivisi in 1.853 case di cura, 1.669 centri di “difesa della vita e della famiglia”, 729 orfanotrofi, 534 consultori familiari, 399 nidi d’infanzia, 136 ambulatori e dispensari e 111 ospedali, più 674 di altro genere.
Come ho detto, i dati sono vecchi di qualche anno, perchè il mio libro è del 2007. Ma sappiamo tutti che i privilegi della Chiesa sono addirittura aumentati sotto il governo Berlusconi, grazie alla mediazione diretta di letterali “gentiluomini di Sua Santità” di provata fede, e altrettanto provata immoralità: ad esempio, Gianni Letta e Angelo Balducci, rispettivamente Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Presidente Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.
Altro che “dare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”! Qui si tratta, semplicemente, di smettere di togliere al popolo per dare al Papa!
Monday, 30 May 2011
Gioia infinita!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Incredibilmente il centro sinistra ha vinto a NO!!!!!!!!!!!! recuperando 13 punti.......è pazzesco, incredibile!!!! Dopo 10 anni di razzismo, xenofobia, arroganza, disprezzo degli ultimi, dei deboli, dei diversi finalmente questa città ha sbattuto fuori dai coglioni quei leghisti di merda e la loro aberrante mentalità!!! E' successo un miracolo, sappiamo che è un'eccezione, ma godiamocela!!!! Oggi pomeriggio andare davanti alla sede della Lega, parcheggiare la macchina e suonare il clacson per 5 minuti di fila non ha prezzo, con le facce di quei bastardi tutte rabbiose che ti gridano insulti dalle finestre! La gioia di oggi ripaga anni ad assistere allo scempio che hanno fatto del sociale, della solidarietà a Novara...che liberazione!!! queste cose davvero fanno bene allo spirito!!!
Sunday, 17 April 2011
Ogni tanto......
Mi è piaciuto molto leggere oggi, ad una settimana dalla pasqua, alcuni brani dell'omelia del cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi che riporto.
Peccato solo che queste parole così vere e forti si perderanno in mezzo alle solite urla della campagna politica o del prossimo intervento del papa che dirà che insegnare l'educazione sessuale a scuola è sbagliato...
"Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?".
Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come 'guerra' le loro decisioni, le scelte e le azioni violente?
Perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?
Come sono, quindi, i giorni che oggi viviamo? Possiamo rispondere nel modo più semplice, ma non per questo meno provocatorio per ciascuno di noi, interrogandoci con coraggio sul criterio che ispira nel vissuto quotidiano i nostri pensieri, i sentimenti, i gesti. È un criterio caratterizzato da dominio superbo, subdolo, violento, oppure è un criterio contraddistinto da attenzione, disponibilità e servizio agli altri e al loro bene? Siamo allora chiamati a interrogarci sull'unica vera potenza che può realmente arricchire e fare grande la nostra vita, intessuta da tanti piccoli gesti, la vera potenza sta nell'umiltà, nel dono di sé, nello spirito di servizio, nella disponibilità piena a venerare la dignità di ogni nostro fratello e sorella in ogni età e condizione di vita".
Mi vengono in mente le parole di San Basilio che sono appese da anni su una parete in casa dei miei genitori:
Il pane che a voi sopravanza è il pane dell'affamato; il vestito appeso nel vostro armadio è il vestito di colui che è nudo; il denaro che tenete nascosto è il denaro del povero; le opere di carità che voi non compite sono altrettante ingiustizie che voi commettete.
Monday, 11 April 2011
Gradi di separazione
- Mentre la polizia si prepara alla battaglia contro gli infidi cinesi, il quarto homeless dall'inizio dell'anno è ucciso in centro di notte mentre dorme.
- Mentre il centro non viene pattugliato, tre poliziotti sono accusati di aver sequestrato un ragazzo di 19 anni senza patente, di avergli fatto guidare la macchina fino ai margini della città, di avergli puntato una pistola alla nuca e di essere spariti con macchina e denaro
- Mentre i poliziotti erano impegnati in un' estorsione fuori città, ieri a Sao josè due ragazzi (uno lo conoscevo di vista) vengono assassinati con 11 colpi ciascuno in una resa dei conti per droga durante una partita di calcio al campo del nostro quartiere.
- Mentre le periferie vengono lasciate senza nessuna presenza dello stato (e il progetto "ronde del quartiere", bandiera della campagna elettorale del governatore), il capo della polizia militare viene destituito dopo che "Fantastico" (uno dei programmi televisivi più visto, una specie di contenitore di attualità, famoso per le sue denunce) mostra un video in cui 4 poliziotti di Manaus sparano a bruciapelo ad un adolescente di 14 anni durante un controllo lo scorso gennaio
............E questo dimostra come il maggior problema siano indubbiamente i cinesi che vendono adidas false in centro
Wednesday, 23 March 2011
Ottimismo
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| Come sarà |
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| Come è |
Friday, 4 March 2011
Ah ecco!
Donna: Ma noi stiamo abitando qui, signor Prefetto, perchè non siamo in condizioni economiche di avere una casa degna di questo nome
Amazonino: Figlia mia e allora che muoia, che muoia!Donna: espressione incredula
Amazonino: Figlia mia non dica stupidate, non dica stupidate, da dove viene?
Donna: abito quiAmazonino: sì ma di dov' è?Donna: sono del ParàAmazonino: ah ecco! Adesso si spiega!
Per comprendere appieno l' infelice battuta, che da una settimana sta scatenando polemiche a non finire, bisogna sapere che tra lo stato di Amazonas e quello del Parà esiste una rivalità/antipatia reciproca e che qui "Paraense" è sinonimo di ladro (in Parà Amazonense è invece sinonimo di fannullone buono a nulla) e di insulto che spesso si sente nei litigi e nelle discussioni.
Qui potete vedere il video
Thursday, 3 March 2011
E' arrivato l'Oxidado, per gli amici OX-CI
Ora arriva questa Ox-ci, che è una variante pericolosissima di pasta basica lavorata con kerosene e calce, dagli effetti ancora più devastanti del crack. L'effetto è molto più violento di quello del crack, è brevissimo, e seguito da nausee, diarrea e vomito, e crea una dipendenza fortissima.
Per il suo basso costo sta cominciando a sostituire il crack e la pasta basica, le droghe pesanti finora più diffuse in Brasile: una trouxinha di pasta basica (la dose con cui si fanno circa tre sigarette) costa qui a Sao Josè dai 5 ai 10 reais (il vantaggio di avere trafficanti come vicini è essere informati sui prezzi...eheh), 5 cristalli di Ox-ci sono venduti dai 2 ai 5 reais.
Siccome l'effetto è fortissimo ma dura solo nel momento in cui la pedra (il cristallo) è consumato, circa 15 minuti, alla sensazione di euforia si sostituisce la fissura (la crisi di astinenza) per combattere la quale generalmente si beve alcool, di solito quello etilico, fino alla fumata seguente
"Tredici consumatori di oxi su 25 che abbiamo trovato non sono sopravvissuti più di due mesi, in gran parte per le lesioni al fegato e danni al sistema neurovegetativo", ha detto Helena Lima, che guida una ricerca del Ministero della salute. "La buona è la marrone, la peggiore è la bianca, la viola è più forte e più rapida - dichiara un tossicodipendente - Il rischio è quello che ti si fermi il cuore, per troppo nervosismo, il duro è sopportare dopo il dolore alla testa, i polmoni che ti scoppiano".
Interessante la dichiarazione di Marco Antônio Pereira Novaes, direttore del Dipartimento narcotici, che fa capire come l' Ox-ci sia una droga per poveri
“L'ox-ci non è arrivata a São Paulo e non arriverà mai. Non arriverà perchè la qualità è peggiore. Là (nel nord del Brasile ndr) ci sono difficoltà per avere gli strumenti base per raffinare e lavorare la droga che invece qui sono facili da trovare. E' per questo che l'Oxi, che in realtà non è nulla più di un crack di peggiore qualità, è nato in Acre e si diffonde nel Nord. Ma non abbiamo informazioni sul fatto che questa droga sia commercializzata qui al Sud. Non c'è necessità"
Wednesday, 16 February 2011
O corte do cafezinho
D'altronde, dicono i sostenitori della Zona Franca (il 99% dei politici qui), quale impresa verrebbe ad aprire una fabbrica qui se non si offrissero condizioni appetitose? E infatti l' 80% delle persone qui lavora nel Distretto industriale, già, ma facendo cosa? L'operaio non specializzato, cioè la figura più semplice e "bassa" nella scala produttiva; e un'impresa che è qui solo per far montare frigoriferi che interesse ha a qualificare o formare un lavoratore, visto che l'unica cosa che gli serve è un montatore? Quale è dunque il beneficio a lungo termine? Nessuno, direi, ma guai a parlare male della Zona Franca, qui è il modo più veloce per suicidarsi politicamente, come ha fatto Serra, il candidato alla presidenza sconfitto ad ottobre da Dilma, che anni fa osò mettere in discussione il rinnovo della Zona Franca, che scade nel 2030, dichiarazione che qui a Manaus nessuno ha mai dimenticato.
Faccio questa premessa perchè mi è sembrato strano leggere l'altro giorno sul giornale un articolo appunto critico della Zona Franca, che chiama in causa direttamente le responsabilità delle multinazionali e che voglio riproporvi qui, perchè mi pare estremamente acuto, anche se non concordo personalmente con tutto quello che dice. L'autore è Ismael Benigno Neto, blogger de "O malfazejo" più o meno "il malfattore".
Questo il suo articolo, intitolato "Europa sem esgoto" (Europa senza fognatura)
"Uno di quei misteri insondabili coperti dalla densa foresta amazzonica è la capacità dello stato di ospitare un polo industriale capace di fatturare 35 miliardi di dollari in un anno senza che la gente intorno se ne renda conto. Una rapida occhiata ai numeri mostra che, al netto delle lamentele degli industriali, le fabbriche del Distretto vanno molto bene, grazie! Dall'altro lato, i posti di lavoro creati nel settore sono crollati.
Una delle pratiche classiche del mondo manageriale è il cosiddetto: "corte do cafezinho" (il taglio del caffettino). Al primo segnale di vacche magre all'orizzonte, le grandi imprese risparmiano sui bicchierini di plastica, sulla qualità del caffè e a volte anche dell'acqua. Indipendentemente da quello che sa della salute finanziaria dell'impresa per la quale lavora, il tipico operaio motatore di Manaus è abituato a perdere il lavoro non appena il Financial Times avvisa che sta per arrivare una crisi negli USA. L'amazonense è il "cafezinho" umano delle multinazionali installate nel Distretto Industrtiale. Nulla contro la mano invisibile del mercato. Il lavoro non sono le politiche sociali, non si può mantenere posti di lavoro non necessari solo per una questione di giustizia. Il capitale è il capitale e se il fatturato aumenta con meno gente che lavora, tanto meglio per le imprese.. Se c'è qualcosa di cui l'amazonense può lamentarsi è l' andare a braccetto di Imprese e Governo, che ogni anno battono record di fatturamento e imposte, senza che queste imposte pagate si trasformino in migliorie della qualità di vita.
Con le mostruose entrate dell' ICMS (un'imposta statale su beni, più o meno come l'IVA in Italia), l'investimento in infrastrutture e fognature pubbliche, ad esempio, potrebbe essere immenso. E' passato il tempo in cui gli Amazonensi invidiavano i paulisti o i giapponesi che venivano qui a guadagnare 35 miliardi all'anno. Le fabbriche non devono nè amore, nè investimenti all'amazonas - hanno pagato le tasse. Se il Distretto Industriale si è trasformato in una isola con PIM europeo impiantata in mezzo alla povertà, il problema non è del Distretto.
Il problema è di chi giura di essere nato per essere solo "cafezinho"
Wednesday, 2 February 2011
Arriva il sito del progetto!
Visitate visitate!!
http://www.casadellabambinafelice.com/home
Tuesday, 14 December 2010
Son venuti dal fiume, non c'era la luna...
Se la mia morte servisse a rendere più forte la nostra lotta varrebbe anche la pena. Ma l'esperienza ci insegna il contrario. quindi voglio vivere. Cerimonie pubbliche e funerali non salveranno l'Amazzonia. Voglio vivereSe (...) minha morte fosse fortalecer nossa luta, até que valeria a pena. Mas a experiência nos ensina o contrário. Então eu quero viver. Ato público e enterro numeroso não salvarão a Amazônia. Quero viver.
L'inaspettato successo dell'allieva di Chico, Marina Silva, capace di raccogliere il 15% dei voti nel primo turno delle presidenziali di quest'anno, praticamente senza un partito e una struttura organizzativa, ha riportato di attualità la questione dell'Amazonia, portando molti ad interrogarsi sul futuro di questa immensa regione. Il governo sta sviluppando alcuni ambiziosi progetti: avevo già parlato dell'immensa idroelettrica che verrà costruita nel Parà, si parla di un giacimento di petrolio pronto da sfruttare nella zona di Tefè, qui vicino e sembra proprio che verrà ripreso il progetto che esiste già dagli anni '70 di una strada trans-amazzonica che colleghi Manaus a Porto Velho, rompendo l'isolamento della città con il sud del paese.
Nello stesso tempo sembra che l'antico problema della deforestazione rallenti - si è passati da 27,8 migliaia di Km quadrati del 2004 ad "appena" 7,5 dell'anno passato - dando luogo ad una serie di iniziative di sfruttamento sostentabile delle ricchezze della maggior foresta del mondo, per ora ancora piccole gocce di acqua nell'immenso mare delle segherie clandestine e dei garimpos, le miniere a cielo aperto che distruggono, inquinano e portano con sè problemi di droga, prostituzione minorile, emigrazioni forzate ecc. Ma le cooperative e le piccole imprese che lavorano la frutta, il pesce, le piante medicinali (quelle che le multinazionali non hanno brevettato durante gli anni '80 con la complicità dei governi, rubandole letteralmente agli abitanti, un po' come se i francesi avessero brevettato la pizza) e quelle cosmetiche stanno spuntando un po' dovunque grazie all'impegno del governo nel sostenere l'economia solidale. Insomma il quadro è ancora preoccupante ma i segnali positivi non mancano.
Riporto un'intervista con l'ex governatore dell'Acre e (lo stato amazzonico in cui è vissuto ed ha lottato Chico Mendes) compagno di lotta di Chico, Jorge Viana, che continene, credo, riflessioni interessanti:
Esiste ancora in Acre l'ideologia che ha portato all'assassinio di Chico Mendes:
- No, è una battaglia che abbiamo vinto. All'epoca abbiamo difeso l'indifendibile: la foresta. Oggi questa idea è ben radicata, anzi si è trasformata in un'idea globale
A cosa pensa oggi ricordando Chico Mendez?
Una volta un giornalista mi ha fatto la stessa domanda e sono scoppiato a piangere. Era il decimo anniversario della morte. L'eliminazione fisica di una persona non può mai essere giustificata, ma oggi con il suo martirio probabilmente siamo andati ancora più lontani che se fosse vivo. Ma le sue idee sono più vive che mai, e sentiamo molto la sua mancanza.
Vedendo gli indicatori degli ultimi anni, l'Amazzonia è avanzata molto dal punto di vista ambientalista, di rispetto della natura..
- Non sono del tutto d'accordo. Abbiamo introdotto molte riforme ma bisogna fare di più. Il nostro grande successo è aver trasformato il cambiamento in un processo. Ma il processo di cambiamento è nel potere: il Giudiziario, l'Assemblea Legislativa, il Ministero Pubblico, tutte queste istituzioni vivono cambiamenti profondi che stanno realizzandosi naturalmente.
Quale è il punto dunque?
Faccio un esempio: a Sao Paulo abbiamo (quando si riferisce a "noi" significa il PT, il Partido dos Trabalhadores) avuto il governo di Luiza Erundina (ex prefetto di Sao Paulo e figura storica del PT) con Paulo Freire come segretario all'educazione; Paul Singer (famoso economista) alla pianificazione
, Marilena Chauí (filosofa) alla cultura, perchè non ha funzionato in quattro anni? Sicuramente conoscevano benissimo la loro area di lavoro, ma la gestione è un'altra cosa. Io sono stato uno dei pochi che ha fatto un corso di gestione, il cambiamento non è solo una decisione puntuale, è necessaria continuità perchè guadagni forza. La democrazia che abbiamo conquistato è anche contro di noi in alcuni casi. Marina Silva è stata la prima a farsi strada senza antenati o familiari in politica
La sinistra brasiliana, anche oggi nonostante Lula, ha bisogno un processo di cambiamento. Per esempio: il Congresso è totalmente lontano dall'agenda del paese e da quello che la gente vuole. Perde tempo in questioni che alla gente non interessano minimamente.
Il Brasile sta perdendo una finestra che il mondo ha aperto: quella dell'agrobusiness e dell'ambiente. Qui dobbiamo aumentare la produttività e proteggere la foresta. Dopo 20 anni senza Chico è di questo che il Brasile ha bisogno: una grande rivoluzione
Quali sono le prossime mete in Amazzonia?
Occorre fare un lavoro forte nella foresta, ma che non la distrugga. Trasformare la foresta in un affare sostenibile e non il contrario. non credo che l'Amazzonia sarà distrutta ma dobbiamo fare attenzione
Monday, 22 November 2010
Seca
Manaus e l'Amazonas stanno affrontando la maggior secca del secolo, la situazione dei fiumi (che qui sono la spina dorsale dell'economia, in una regione senza strade) è realmente impressionante, i diversi porti della città sono praticamente in secca , ma la situazione peggiore è nei municipi dell'interno, dove davvero la gente sopravvive solo grazie al fiume. Il governo sta mandando aiuti con l'esercito nei municipi più colpiti, per fortuna nell'ultima settimana ha cominciato a piovere un po' e pare che la situazione migliorerà a partire da dicembre.
In questo contesto così drammatico, un risvolto positivo è stata la scoperta, in una zona di solito sommersa, di graffiti rupestri di un'epoca tra 3 e 7 mila anni fa. Questo suggerisce che in quella epoca il Rio fosse più basso, ma soprattutto dà un impulso alla ricostruzione della storia dell'Amazonas pre-colombiana, un'epoca che viene costantemente ignorata sia dai libri che dai ricercatoriPunti di vista
Ad un certo punto, parlando della necessità di risfaltare le principali strade del Distretto Industriale, dice testualmente: "in quanto l'inverno rigoroso si avvicina e distruggerà la vecchia pavimentazione delle strade"...INVERNO RIGOROSO???????????????????????????????????
Ieri mattina alle 08.00 quando sono uscito di casa c'erano 35 gradi.....punti di vista..
Tuesday, 16 November 2010
Dall'Italia, invece... (basta!)
Nessuno mi restituirà questi anni.
Nessuno mi renderà indietro gli ultimi anni, da quando, prossima alla laurea, ero eccitata all'idea di fare il mio lavoro, quello per cui ho studiato, investito tempo, energie, aspettative, in cui i miei hanno investito denaro, per il quale mi hanno appoggiato, sempre.
Invece dopo la laurea ho colto una bellissima opportunità di stage (due mesi a Firenze a spese mie. Grazie a Dio sono socievole e ho molti amici generosi e disponibili)
poi una bellissima opportunità di lavoro sottopagato ma di grande responsabilità! Il mio lavoro, finalmente, davvero quello che voglio fare nella vita.
Tre anni di vera gavetta (sottopagata) e non uno straccio di ammortizzatore sociale una volta perso il lavoro (perso per motivi politici, perso perché le direttive politiche di settore hanno operato tagli su tagli e io sono una delle vittime).
Poi un'altra straordinaria opportunità di tirocinio all'estero. Il mio voto di laurea e la mia esperienza mi sono valse una borsa di studio, l'università mi ha reso indietro qualcosa (l'unica cosa concreta, finora) ma devo ringraziare una mentalità non italiana se ho potuto approfittare a pieno di quell'esperienza (la borsa di studio non mi sarebbe bastata, ma fortunatamente lavoravo in un luogo e con delle persone che danno per scontato che se lavori, devi essere pagato per il tuo lavoro, anche se stai imparando, anche se il lavoro è bello...).
Poi, dannato il mio desiderio di tornare in Italia, di portare la mia esperienza nel mio Paese, dannata la mia fede nel futuro del mio lavoro in Italia, sono tornata, credendo di avere ancora un lavoro, credendo potesse essere un po' meno sottopagato di prima.
Mi sono ritrovata con una casa non in grado di mantenere, viste le prospettive, senza una lira, da un giorno all'altro e nello spazio-tempo di un viaggio in tram con dei curriculum in mano a fare il giro della città.
E dopo 10 anni fuori casa (certo grazie al sostegno, in gran parte, dei miei) mi sono ritrovata a dover avere la maturità di tornare a casa. A 28 anni la decisione matura è stata quella di tornare a casa: per smetterla di far finta di essere indipendente quando non lo ero, non riuscivo ad esserlo, per cercare la mia strada senza pesare troppo e come una ragazzina viziata, cercare il mio lavoro e prima raggiungere l'indipendenza economica, poi goderne le conseguenze.
Un anno e mezzo.
È da un anno e mezzo che ci provo.
E l'ultimo anno e mezzo è stato il peggiore e più faticoso storicamente (e personalmente) parlando di cui abbia memoria.
Certo, i miei nonni che hanno vissuto una guerra, che sanno cos'è la fame, sanno davvero cos'è la miseria, ne hanno viste di peggio.
Ma la generazione che oggi ha tra i 25 e i 35 anni, avrebbe diritto di credere in qualcosa, avrebbe diritto di costruirsi un futuro, avrebbe diritto a vivere dei frutti di quello che gli hanno insegnato (“studia per avere un futuro migliore”) e non dovrebbe essere nutrita per endovena di televisione, adsl, wireless, smartphone, connessione costante, contatti su contatti su contatti... non dovrebbe vivere indignandosi ogni giorno perché chi dovrebbe governarli, chi dovrebbe farsi carico della generazione che in poco tempo dovrebbe prendere le redini del Paese, si rende protagonista di scandali fini a se stessi, di una gravità inaudita e senza l'importanza che la parola “scandalo” poteva avere negli anni Settanta.
Nessuno mi restituirà degli anni persi a indignarmi!
Viviamo senza la prospettiva di una pensione, anzi, con la certezza che l'era della pensione è finita. Della pensione neanche dovremmo preoccuparci. Non dovrebbe importarci NULLA della pensione, di quello che sarà di noi quando avremo 80 anni. Il risultato comunque è lo stesso: alla pensione ci ho ormai rinunciato (ma i contributi continuo a pagarli, quando va bene).
Ho tutta la vita davanti, dovrei pensare a come posso rendermi utile alla collettività ORA.
E non parlo di volontariato: parlo del sacrosanto diritto (e dovere) di pensare a come le mie capacità, sublimate e raffinate da una formazione che mi dovrebbe essere garantita, possano essere utili al mio Paese e al mondo intero.
Il mio Paese per cui pago le tasse, perché credo che sia giusto pagare le tasse: quando vengo pagata, credo sia giusto che una parte del mio guadagno vada in un fondo che garantisce a me e ai miei concittadini di avere accesso a servizi fondamentali quali istruzione, tutela della salute, sicurezza, cultura, arte...
Probabilmente la maggiorparte della gente, dei miei concittadini in particolare (altrove non è così), non metterebbe arte e cultura nei diritti fondamentali.
Questo è gravissimo: non per me, che voglio (pretendo) che cultura e arte mi diano da mangiare, mi permettano di crearmi una famiglia, avere dei figli, poter rendere ai miei genitori tutto quello che mi hanno dato eccetera.
Per tutti: la cultura non è “qualcosa da ricchi”, non è uno sfizio, un priscio che si possono permettere i ricchi.
La cultura è esattamente l'opposto: nobilita l'uomo, lo rende più consapevole, lo fa uscire dall'ignoranza che è la sua rovina. La cultura serve ai poveri, non ai ricchi. Serve agli ignoranti, non ai colti. Quando ne hai un po', ne vuoi sempre di più.
Andare agli Uffizzi, al Colosseo, a sentir leggere la Divina Commedia, a vedere Il lago dei cigni o Pina Bausch, non serve ai ricchi, ai colti, alle élite, serve al popolo! Per questo vedere forse il meglio della danza contemporanea italiana nello studio di Vieni via con me sono il gesto più politico di tutta la trasmissione (e degli ultimi anni).
La danza contemporanea in televisione: la forma d'arte forse più difficile da capire nel medium più accessibile che esiste (perché per noi, oggi, la cosa più difficile da capire è che si può godere di qualcosa anche se non la si capisce subito, anche se no è spiattellata in tutta la sua facilità come un volgarissimo Grande Fratello).
In quell'occasione mi hanno stupito, e confortato, i commenti di coloro che non sono solitamente avvezzi a “queste cose”: commenti entusiastici, spettatori che volevano saperne di più di quella danza prorompente e bellissima. La dimostrazione che non è la gente che vuole merda. Sei tu che scegli di offrire merda, per colazione, pranzo, cena e dolce. E più offri merda, più la gente ingurgiterà merda, si abituerà alla merda, diventerà drogata di merda e non potrà più fare a meno di Uomini e Donne, non concepirà più programmi in cui non ci siano donnine svestite a dire cose inutili e fare stacchetti insignificanti.
Nessuno mi darà indietro gli anni che ho perso sperando di costruirmi un futuro, sperando di non ritrovarmi a 40 anni nella schiera delle “giovani promesse”, sperando di arrivare a 30 con una professionalità riconosciuta, non con un ruolo da dimostrare, costantemente.
Nessuno mi renderà indietro questi anni, anche se avrei chi denunciare, personalmente.
Ci sarebbe a chi dare la colpa.
C'è chi si è reso pubblicamente responsabile di “consigli” come “sposate un uomo ricco” o “siate carine”,
chi posso incolpare di aver perso un lavoro che mi piaceva e credevo potesse crescere,
chi potrei denunciare perché la mia laurea “magistrale” da 110 e lode non serve a un cazzo,
perché ha favorito il mantenimento di una mentalità clientelare e deprofessionalizzante in Italia (il nostro PIU' GRANDE problema) che crede che se si dà la possibilità a un giovane di lavorare (in Italia si è “giovani” fino a 35 anni) non sia indispensabile pagarlo, dato che gli si dà una straordinaria opportunità,
chi posso incolpare del fatto che i miei datori di lavoro non hanno soldi per pagarmi quanto mi è dovuto, e che quindi non me la posso prendere con nessuno e non posso pretendere niente di più di quello che mi viene dato, perché quando lo pretendo e la smetto di accettare lavori sottopagati o totalmente gratuiti ottengo solo la rinuncia a una straordinaria opportunità,
c'è chi posso odiare (e ho tutto il diritto di farlo) perché a 30 anni mi ritrovo ancora a casa dei miei, senza una lira da parte,
perché i miei non si possono permettere una vera vacanza perché hanno deciso di fare tre figli,
perché hanno permesso a tutti e tre di studiare,
perché credevano che sarebbe servito a dar loro un futuro di benessere,
perché io non so quando potrò averli, dei figli,
perché in Italia si è giovani fino a 35 anni, e quindi prima dei 40 ti comporti ancora come un adolescente (e quindi devi faticare anche a trovare chi i figli li vuole).
Nessuno mi renderà indietro questi anni, ma mi sono
STANCATA
30 anni non li ho ancora compiuti.
Voglio vedere, prima di quel momento (cioè SUBITO) e senza ricorrere a un attentato terroristico, perché mi è dovuto, questo Paese che cambia, la mia professionalità riconosciuta, la mia esperienza che conta, voglio vedere un lavoro, delle opportunità (vere opportunità, non uno “stage”), una famiglia.
Voglio vedere la flessibilità come valore e non come precarietà.
Voglio vedere una cazzo di alba, di speranza,
voglio vedere il futuro sui giornali e nei tg,
non gli scandali,
le minorenni,
gli eco-mostri,
gli accordi stato-mafia,
i diritti delle donne, dei gay, degli immigrati calpestati.
I diritti delle minoranze ma anche della maggioranza, i diritti di tutti, calpestati.
Voglio un Paese diverso, migliore, e voglio costruire il mio futuro, qui o altrove, ma lasciando un Paese diverso e migliore per trovare ancora di meglio, non perché qui non è possibile trovare niente.
Sono stanca. Mentre a trentanni non dovrei essere stanca. Di niente. Mai.
Spero che siano tutti stanchi, spero che reality-show e stacchetti inutili, decoder incorporati e vacanze pagate a rate non abbiano ancora rincoglionito completamente una popolazione che ha avuto quello che si merita ma che spero abbia imparato qualcosa...















