Wednesday, 16 February 2011
O corte do cafezinho
D'altronde, dicono i sostenitori della Zona Franca (il 99% dei politici qui), quale impresa verrebbe ad aprire una fabbrica qui se non si offrissero condizioni appetitose? E infatti l' 80% delle persone qui lavora nel Distretto industriale, già, ma facendo cosa? L'operaio non specializzato, cioè la figura più semplice e "bassa" nella scala produttiva; e un'impresa che è qui solo per far montare frigoriferi che interesse ha a qualificare o formare un lavoratore, visto che l'unica cosa che gli serve è un montatore? Quale è dunque il beneficio a lungo termine? Nessuno, direi, ma guai a parlare male della Zona Franca, qui è il modo più veloce per suicidarsi politicamente, come ha fatto Serra, il candidato alla presidenza sconfitto ad ottobre da Dilma, che anni fa osò mettere in discussione il rinnovo della Zona Franca, che scade nel 2030, dichiarazione che qui a Manaus nessuno ha mai dimenticato.
Faccio questa premessa perchè mi è sembrato strano leggere l'altro giorno sul giornale un articolo appunto critico della Zona Franca, che chiama in causa direttamente le responsabilità delle multinazionali e che voglio riproporvi qui, perchè mi pare estremamente acuto, anche se non concordo personalmente con tutto quello che dice. L'autore è Ismael Benigno Neto, blogger de "O malfazejo" più o meno "il malfattore".
Questo il suo articolo, intitolato "Europa sem esgoto" (Europa senza fognatura)
"Uno di quei misteri insondabili coperti dalla densa foresta amazzonica è la capacità dello stato di ospitare un polo industriale capace di fatturare 35 miliardi di dollari in un anno senza che la gente intorno se ne renda conto. Una rapida occhiata ai numeri mostra che, al netto delle lamentele degli industriali, le fabbriche del Distretto vanno molto bene, grazie! Dall'altro lato, i posti di lavoro creati nel settore sono crollati.
Una delle pratiche classiche del mondo manageriale è il cosiddetto: "corte do cafezinho" (il taglio del caffettino). Al primo segnale di vacche magre all'orizzonte, le grandi imprese risparmiano sui bicchierini di plastica, sulla qualità del caffè e a volte anche dell'acqua. Indipendentemente da quello che sa della salute finanziaria dell'impresa per la quale lavora, il tipico operaio motatore di Manaus è abituato a perdere il lavoro non appena il Financial Times avvisa che sta per arrivare una crisi negli USA. L'amazonense è il "cafezinho" umano delle multinazionali installate nel Distretto Industrtiale. Nulla contro la mano invisibile del mercato. Il lavoro non sono le politiche sociali, non si può mantenere posti di lavoro non necessari solo per una questione di giustizia. Il capitale è il capitale e se il fatturato aumenta con meno gente che lavora, tanto meglio per le imprese.. Se c'è qualcosa di cui l'amazonense può lamentarsi è l' andare a braccetto di Imprese e Governo, che ogni anno battono record di fatturamento e imposte, senza che queste imposte pagate si trasformino in migliorie della qualità di vita.
Con le mostruose entrate dell' ICMS (un'imposta statale su beni, più o meno come l'IVA in Italia), l'investimento in infrastrutture e fognature pubbliche, ad esempio, potrebbe essere immenso. E' passato il tempo in cui gli Amazonensi invidiavano i paulisti o i giapponesi che venivano qui a guadagnare 35 miliardi all'anno. Le fabbriche non devono nè amore, nè investimenti all'amazonas - hanno pagato le tasse. Se il Distretto Industriale si è trasformato in una isola con PIM europeo impiantata in mezzo alla povertà, il problema non è del Distretto.
Il problema è di chi giura di essere nato per essere solo "cafezinho"
Wednesday, 2 February 2011
Arriva il sito del progetto!
Visitate visitate!!
http://www.casadellabambinafelice.com/home
Tuesday, 14 December 2010
Son venuti dal fiume, non c'era la luna...
Se la mia morte servisse a rendere più forte la nostra lotta varrebbe anche la pena. Ma l'esperienza ci insegna il contrario. quindi voglio vivere. Cerimonie pubbliche e funerali non salveranno l'Amazzonia. Voglio vivereSe (...) minha morte fosse fortalecer nossa luta, até que valeria a pena. Mas a experiência nos ensina o contrário. Então eu quero viver. Ato público e enterro numeroso não salvarão a Amazônia. Quero viver.
L'inaspettato successo dell'allieva di Chico, Marina Silva, capace di raccogliere il 15% dei voti nel primo turno delle presidenziali di quest'anno, praticamente senza un partito e una struttura organizzativa, ha riportato di attualità la questione dell'Amazonia, portando molti ad interrogarsi sul futuro di questa immensa regione. Il governo sta sviluppando alcuni ambiziosi progetti: avevo già parlato dell'immensa idroelettrica che verrà costruita nel Parà, si parla di un giacimento di petrolio pronto da sfruttare nella zona di Tefè, qui vicino e sembra proprio che verrà ripreso il progetto che esiste già dagli anni '70 di una strada trans-amazzonica che colleghi Manaus a Porto Velho, rompendo l'isolamento della città con il sud del paese.
Nello stesso tempo sembra che l'antico problema della deforestazione rallenti - si è passati da 27,8 migliaia di Km quadrati del 2004 ad "appena" 7,5 dell'anno passato - dando luogo ad una serie di iniziative di sfruttamento sostentabile delle ricchezze della maggior foresta del mondo, per ora ancora piccole gocce di acqua nell'immenso mare delle segherie clandestine e dei garimpos, le miniere a cielo aperto che distruggono, inquinano e portano con sè problemi di droga, prostituzione minorile, emigrazioni forzate ecc. Ma le cooperative e le piccole imprese che lavorano la frutta, il pesce, le piante medicinali (quelle che le multinazionali non hanno brevettato durante gli anni '80 con la complicità dei governi, rubandole letteralmente agli abitanti, un po' come se i francesi avessero brevettato la pizza) e quelle cosmetiche stanno spuntando un po' dovunque grazie all'impegno del governo nel sostenere l'economia solidale. Insomma il quadro è ancora preoccupante ma i segnali positivi non mancano.
Riporto un'intervista con l'ex governatore dell'Acre e (lo stato amazzonico in cui è vissuto ed ha lottato Chico Mendes) compagno di lotta di Chico, Jorge Viana, che continene, credo, riflessioni interessanti:
Esiste ancora in Acre l'ideologia che ha portato all'assassinio di Chico Mendes:
- No, è una battaglia che abbiamo vinto. All'epoca abbiamo difeso l'indifendibile: la foresta. Oggi questa idea è ben radicata, anzi si è trasformata in un'idea globale
A cosa pensa oggi ricordando Chico Mendez?
Una volta un giornalista mi ha fatto la stessa domanda e sono scoppiato a piangere. Era il decimo anniversario della morte. L'eliminazione fisica di una persona non può mai essere giustificata, ma oggi con il suo martirio probabilmente siamo andati ancora più lontani che se fosse vivo. Ma le sue idee sono più vive che mai, e sentiamo molto la sua mancanza.
Vedendo gli indicatori degli ultimi anni, l'Amazzonia è avanzata molto dal punto di vista ambientalista, di rispetto della natura..
- Non sono del tutto d'accordo. Abbiamo introdotto molte riforme ma bisogna fare di più. Il nostro grande successo è aver trasformato il cambiamento in un processo. Ma il processo di cambiamento è nel potere: il Giudiziario, l'Assemblea Legislativa, il Ministero Pubblico, tutte queste istituzioni vivono cambiamenti profondi che stanno realizzandosi naturalmente.
Quale è il punto dunque?
Faccio un esempio: a Sao Paulo abbiamo (quando si riferisce a "noi" significa il PT, il Partido dos Trabalhadores) avuto il governo di Luiza Erundina (ex prefetto di Sao Paulo e figura storica del PT) con Paulo Freire come segretario all'educazione; Paul Singer (famoso economista) alla pianificazione
, Marilena Chauí (filosofa) alla cultura, perchè non ha funzionato in quattro anni? Sicuramente conoscevano benissimo la loro area di lavoro, ma la gestione è un'altra cosa. Io sono stato uno dei pochi che ha fatto un corso di gestione, il cambiamento non è solo una decisione puntuale, è necessaria continuità perchè guadagni forza. La democrazia che abbiamo conquistato è anche contro di noi in alcuni casi. Marina Silva è stata la prima a farsi strada senza antenati o familiari in politica
La sinistra brasiliana, anche oggi nonostante Lula, ha bisogno un processo di cambiamento. Per esempio: il Congresso è totalmente lontano dall'agenda del paese e da quello che la gente vuole. Perde tempo in questioni che alla gente non interessano minimamente.
Il Brasile sta perdendo una finestra che il mondo ha aperto: quella dell'agrobusiness e dell'ambiente. Qui dobbiamo aumentare la produttività e proteggere la foresta. Dopo 20 anni senza Chico è di questo che il Brasile ha bisogno: una grande rivoluzione
Quali sono le prossime mete in Amazzonia?
Occorre fare un lavoro forte nella foresta, ma che non la distrugga. Trasformare la foresta in un affare sostenibile e non il contrario. non credo che l'Amazzonia sarà distrutta ma dobbiamo fare attenzione
Monday, 22 November 2010
Seca
Manaus e l'Amazonas stanno affrontando la maggior secca del secolo, la situazione dei fiumi (che qui sono la spina dorsale dell'economia, in una regione senza strade) è realmente impressionante, i diversi porti della città sono praticamente in secca , ma la situazione peggiore è nei municipi dell'interno, dove davvero la gente sopravvive solo grazie al fiume. Il governo sta mandando aiuti con l'esercito nei municipi più colpiti, per fortuna nell'ultima settimana ha cominciato a piovere un po' e pare che la situazione migliorerà a partire da dicembre.
In questo contesto così drammatico, un risvolto positivo è stata la scoperta, in una zona di solito sommersa, di graffiti rupestri di un'epoca tra 3 e 7 mila anni fa. Questo suggerisce che in quella epoca il Rio fosse più basso, ma soprattutto dà un impulso alla ricostruzione della storia dell'Amazonas pre-colombiana, un'epoca che viene costantemente ignorata sia dai libri che dai ricercatoriPunti di vista
Ad un certo punto, parlando della necessità di risfaltare le principali strade del Distretto Industriale, dice testualmente: "in quanto l'inverno rigoroso si avvicina e distruggerà la vecchia pavimentazione delle strade"...INVERNO RIGOROSO???????????????????????????????????
Ieri mattina alle 08.00 quando sono uscito di casa c'erano 35 gradi.....punti di vista..
Tuesday, 16 November 2010
Dall'Italia, invece... (basta!)
Nessuno mi restituirà questi anni.
Nessuno mi renderà indietro gli ultimi anni, da quando, prossima alla laurea, ero eccitata all'idea di fare il mio lavoro, quello per cui ho studiato, investito tempo, energie, aspettative, in cui i miei hanno investito denaro, per il quale mi hanno appoggiato, sempre.
Invece dopo la laurea ho colto una bellissima opportunità di stage (due mesi a Firenze a spese mie. Grazie a Dio sono socievole e ho molti amici generosi e disponibili)
poi una bellissima opportunità di lavoro sottopagato ma di grande responsabilità! Il mio lavoro, finalmente, davvero quello che voglio fare nella vita.
Tre anni di vera gavetta (sottopagata) e non uno straccio di ammortizzatore sociale una volta perso il lavoro (perso per motivi politici, perso perché le direttive politiche di settore hanno operato tagli su tagli e io sono una delle vittime).
Poi un'altra straordinaria opportunità di tirocinio all'estero. Il mio voto di laurea e la mia esperienza mi sono valse una borsa di studio, l'università mi ha reso indietro qualcosa (l'unica cosa concreta, finora) ma devo ringraziare una mentalità non italiana se ho potuto approfittare a pieno di quell'esperienza (la borsa di studio non mi sarebbe bastata, ma fortunatamente lavoravo in un luogo e con delle persone che danno per scontato che se lavori, devi essere pagato per il tuo lavoro, anche se stai imparando, anche se il lavoro è bello...).
Poi, dannato il mio desiderio di tornare in Italia, di portare la mia esperienza nel mio Paese, dannata la mia fede nel futuro del mio lavoro in Italia, sono tornata, credendo di avere ancora un lavoro, credendo potesse essere un po' meno sottopagato di prima.
Mi sono ritrovata con una casa non in grado di mantenere, viste le prospettive, senza una lira, da un giorno all'altro e nello spazio-tempo di un viaggio in tram con dei curriculum in mano a fare il giro della città.
E dopo 10 anni fuori casa (certo grazie al sostegno, in gran parte, dei miei) mi sono ritrovata a dover avere la maturità di tornare a casa. A 28 anni la decisione matura è stata quella di tornare a casa: per smetterla di far finta di essere indipendente quando non lo ero, non riuscivo ad esserlo, per cercare la mia strada senza pesare troppo e come una ragazzina viziata, cercare il mio lavoro e prima raggiungere l'indipendenza economica, poi goderne le conseguenze.
Un anno e mezzo.
È da un anno e mezzo che ci provo.
E l'ultimo anno e mezzo è stato il peggiore e più faticoso storicamente (e personalmente) parlando di cui abbia memoria.
Certo, i miei nonni che hanno vissuto una guerra, che sanno cos'è la fame, sanno davvero cos'è la miseria, ne hanno viste di peggio.
Ma la generazione che oggi ha tra i 25 e i 35 anni, avrebbe diritto di credere in qualcosa, avrebbe diritto di costruirsi un futuro, avrebbe diritto a vivere dei frutti di quello che gli hanno insegnato (“studia per avere un futuro migliore”) e non dovrebbe essere nutrita per endovena di televisione, adsl, wireless, smartphone, connessione costante, contatti su contatti su contatti... non dovrebbe vivere indignandosi ogni giorno perché chi dovrebbe governarli, chi dovrebbe farsi carico della generazione che in poco tempo dovrebbe prendere le redini del Paese, si rende protagonista di scandali fini a se stessi, di una gravità inaudita e senza l'importanza che la parola “scandalo” poteva avere negli anni Settanta.
Nessuno mi restituirà degli anni persi a indignarmi!
Viviamo senza la prospettiva di una pensione, anzi, con la certezza che l'era della pensione è finita. Della pensione neanche dovremmo preoccuparci. Non dovrebbe importarci NULLA della pensione, di quello che sarà di noi quando avremo 80 anni. Il risultato comunque è lo stesso: alla pensione ci ho ormai rinunciato (ma i contributi continuo a pagarli, quando va bene).
Ho tutta la vita davanti, dovrei pensare a come posso rendermi utile alla collettività ORA.
E non parlo di volontariato: parlo del sacrosanto diritto (e dovere) di pensare a come le mie capacità, sublimate e raffinate da una formazione che mi dovrebbe essere garantita, possano essere utili al mio Paese e al mondo intero.
Il mio Paese per cui pago le tasse, perché credo che sia giusto pagare le tasse: quando vengo pagata, credo sia giusto che una parte del mio guadagno vada in un fondo che garantisce a me e ai miei concittadini di avere accesso a servizi fondamentali quali istruzione, tutela della salute, sicurezza, cultura, arte...
Probabilmente la maggiorparte della gente, dei miei concittadini in particolare (altrove non è così), non metterebbe arte e cultura nei diritti fondamentali.
Questo è gravissimo: non per me, che voglio (pretendo) che cultura e arte mi diano da mangiare, mi permettano di crearmi una famiglia, avere dei figli, poter rendere ai miei genitori tutto quello che mi hanno dato eccetera.
Per tutti: la cultura non è “qualcosa da ricchi”, non è uno sfizio, un priscio che si possono permettere i ricchi.
La cultura è esattamente l'opposto: nobilita l'uomo, lo rende più consapevole, lo fa uscire dall'ignoranza che è la sua rovina. La cultura serve ai poveri, non ai ricchi. Serve agli ignoranti, non ai colti. Quando ne hai un po', ne vuoi sempre di più.
Andare agli Uffizzi, al Colosseo, a sentir leggere la Divina Commedia, a vedere Il lago dei cigni o Pina Bausch, non serve ai ricchi, ai colti, alle élite, serve al popolo! Per questo vedere forse il meglio della danza contemporanea italiana nello studio di Vieni via con me sono il gesto più politico di tutta la trasmissione (e degli ultimi anni).
La danza contemporanea in televisione: la forma d'arte forse più difficile da capire nel medium più accessibile che esiste (perché per noi, oggi, la cosa più difficile da capire è che si può godere di qualcosa anche se non la si capisce subito, anche se no è spiattellata in tutta la sua facilità come un volgarissimo Grande Fratello).
In quell'occasione mi hanno stupito, e confortato, i commenti di coloro che non sono solitamente avvezzi a “queste cose”: commenti entusiastici, spettatori che volevano saperne di più di quella danza prorompente e bellissima. La dimostrazione che non è la gente che vuole merda. Sei tu che scegli di offrire merda, per colazione, pranzo, cena e dolce. E più offri merda, più la gente ingurgiterà merda, si abituerà alla merda, diventerà drogata di merda e non potrà più fare a meno di Uomini e Donne, non concepirà più programmi in cui non ci siano donnine svestite a dire cose inutili e fare stacchetti insignificanti.
Nessuno mi darà indietro gli anni che ho perso sperando di costruirmi un futuro, sperando di non ritrovarmi a 40 anni nella schiera delle “giovani promesse”, sperando di arrivare a 30 con una professionalità riconosciuta, non con un ruolo da dimostrare, costantemente.
Nessuno mi renderà indietro questi anni, anche se avrei chi denunciare, personalmente.
Ci sarebbe a chi dare la colpa.
C'è chi si è reso pubblicamente responsabile di “consigli” come “sposate un uomo ricco” o “siate carine”,
chi posso incolpare di aver perso un lavoro che mi piaceva e credevo potesse crescere,
chi potrei denunciare perché la mia laurea “magistrale” da 110 e lode non serve a un cazzo,
perché ha favorito il mantenimento di una mentalità clientelare e deprofessionalizzante in Italia (il nostro PIU' GRANDE problema) che crede che se si dà la possibilità a un giovane di lavorare (in Italia si è “giovani” fino a 35 anni) non sia indispensabile pagarlo, dato che gli si dà una straordinaria opportunità,
chi posso incolpare del fatto che i miei datori di lavoro non hanno soldi per pagarmi quanto mi è dovuto, e che quindi non me la posso prendere con nessuno e non posso pretendere niente di più di quello che mi viene dato, perché quando lo pretendo e la smetto di accettare lavori sottopagati o totalmente gratuiti ottengo solo la rinuncia a una straordinaria opportunità,
c'è chi posso odiare (e ho tutto il diritto di farlo) perché a 30 anni mi ritrovo ancora a casa dei miei, senza una lira da parte,
perché i miei non si possono permettere una vera vacanza perché hanno deciso di fare tre figli,
perché hanno permesso a tutti e tre di studiare,
perché credevano che sarebbe servito a dar loro un futuro di benessere,
perché io non so quando potrò averli, dei figli,
perché in Italia si è giovani fino a 35 anni, e quindi prima dei 40 ti comporti ancora come un adolescente (e quindi devi faticare anche a trovare chi i figli li vuole).
Nessuno mi renderà indietro questi anni, ma mi sono
STANCATA
30 anni non li ho ancora compiuti.
Voglio vedere, prima di quel momento (cioè SUBITO) e senza ricorrere a un attentato terroristico, perché mi è dovuto, questo Paese che cambia, la mia professionalità riconosciuta, la mia esperienza che conta, voglio vedere un lavoro, delle opportunità (vere opportunità, non uno “stage”), una famiglia.
Voglio vedere la flessibilità come valore e non come precarietà.
Voglio vedere una cazzo di alba, di speranza,
voglio vedere il futuro sui giornali e nei tg,
non gli scandali,
le minorenni,
gli eco-mostri,
gli accordi stato-mafia,
i diritti delle donne, dei gay, degli immigrati calpestati.
I diritti delle minoranze ma anche della maggioranza, i diritti di tutti, calpestati.
Voglio un Paese diverso, migliore, e voglio costruire il mio futuro, qui o altrove, ma lasciando un Paese diverso e migliore per trovare ancora di meglio, non perché qui non è possibile trovare niente.
Sono stanca. Mentre a trentanni non dovrei essere stanca. Di niente. Mai.
Spero che siano tutti stanchi, spero che reality-show e stacchetti inutili, decoder incorporati e vacanze pagate a rate non abbiano ancora rincoglionito completamente una popolazione che ha avuto quello che si merita ma che spero abbia imparato qualcosa...
Friday, 1 October 2010
Elezioni 2010 - Tutto già deciso?
Come forse saprete il presidente Lula non può più candidarsi avendo già completato due mandati, ma la sua presenza e il suo carisma nella campagna elettorale sono stati molto presenti, tanto che la candidata designata dal PT Dilma Rousseff è stata attaccata dall'opposizione durante tutta la campagna proprio con l'accusa di essere semplicemente l'ombra di Lula. E' stata una campagna lunga e con toni a volte aspri, a volte più amichevoli, con tre dibattiti televisivi stile americano che in realtà non hanno detto molto, all'insegna del understatement e del politically-correct: molto più "piccanti" le dichiarazioni dei candidati durante i mesi passati, dove non sono mancate offese e bordate.
Per me è stato incredibile vedere come la stampa nella quasi totalità, e soprattutto la potentissima TV Globo, fossero molto chiaramente contro Lula e Dilma e abbiano appoggiato senza mezzi termini il candidato dell'opposizione Josè Serra, con articoli e editoriali molto duri contro il governo. Ma nonostante tutto la gente sembra già averefatto la propria scelta e dopo i primi mesi in cui i sondaggi davano in leggero vantaggio Serra, ora sembra che Dilma possa vincere addirittura al primo turno.
Molto dipenderà da tre fattori:
- Il fattore Sud: la parte più sviluppata e ricca del Brasile tradizionalmente vota contro il PT, considerato un partito di estrema sinistra e con politiche a danno della classe media: Rio Grande Do Sul, Paranà, Santa Catarina, Minas Gerais sono gli stati dove i candidati si sono più impegnati a fare campagna per cercare di convincere la gente alternativamente a non lasciare il paese in mano a una banda di populisti comunisti amici di Chavez oppure mostrando i numeri di crescita economica e di potere di acquisto della classe media negli ultimi anni. Uno dei politici più popolari del sud, il governatore di Minas Gerais Aecio Neves, nipote dell'ex presidente Tancredo Neves, è stato in predicato di essere prima il candidato dell'opposizione, poi il vice di Serra, carica in realtà che mal si adattava al suo ego un po' berlusconiano, ma alla fine è rimasto fuori dai giochi e questo potrebbe rivelarsi un autogol per il PSDB, il partito di opposizione. Negli ultimi giorni la stampa riportava dell'intenzione di Neves di fondare un suo partito.
- Il fattore San Paulo: sarebbe solo una città, ma con i suoi 20 milioni di abitanti è come se fosse uno stato nello stato. Capitale economica e culturale del Brasile, San Paulo è sempre stata feudo del PSDB, tanto che Josè Serra, paulista, è stato prima prefetto (sindaco) e poi governatore della città. Se Serra farà il pieno di voti qui, come sembra, potrebbe avere qualche chance per il secondo turno.
- Il fattore Marina: questo potrebbe essere il vero ago della bilancia capace di cambiare le cose: la candidata del Partito Verde (PV) Marina Silva, il terzo incomodo. Chiaramente non ha nessuna possibilità di vincere, nè di arrivare al secondo turno, ma saranno decisivi i voti che prenderà al primo turno. All'inizio della campagna la sua percentuale variava dal 2 al 4%, ma gli ultimi sondaggi la danno al 12% (che è già un successo notevole, considerata la crescita in pochi mesi), una percentuale che potrebbe dare fastidio, soprattutto a Dilma: gli elettori di Marina sono infatti principalmente giovani o militanti del PT delusi dalla "borghesizzazione" del partito e dai vari scandali che hanno caratterizzato questi anni di governo.
Vediamo rapidamente chi sono i tre duellanti:
Nel 2009 ha rivelato di avere un cancro al sistema linfatico, curato con chemioterapie (ha usato una parrucca per qualche tempo) e oggi completamente guarito.
Famosa per il suo temperamento forte, è accusata di "aver fatto piangere" il presidente dell'azienda statale petrolifera José Sérgio Gabrielli, dopo una scenata al telefono.
Dilma dice di se stessa: "Non è il mio carattere a essere difficile, lo è la mia funzione. Io devo risolvere problemi e conflitti. Non ho un momento di riposo. Non sono criticata perché sono dura, ma perché sono donna. Sono una donna dura, circondata da uomini morbidi".
Ha un blog ufficiale su internet
Punti forti:
- Gli ottimi risultati economici e sociali del governo
- Il carisma e la popolarità di Lula di cui si presenta come successore
- Poca esperienza di gestione politicaIl carattere duro e freddo, ben diverso da Lula
- L'ombra di Lula da cui è difficile smarcarsi
Josè Serra: Nato a San Paolo nel 1952, figlio di un immigrato calabrese analfabeta, Francesco Serra, di Corigliano Calabro (il paese di Gattuso) e di Serafina Chirico, anche lei calabrese. Cresciuto a Mooca, il tradizionale quartiere italiano di San Paolo, ha fatto il fruttivendolo, come il padre, ma grazie ai sacrifici dei genitori ha potuto iscriversi alla facoltà di Ingegneria Civile dove ha conosciuto i movimenti studenteschi, prima iscrivendosi alla JUC (Juventude Universitaria Catolica) e poi a Açao Popular, un movimento di sinistra con l'appoggio del quale fu eletto presidente dell'Unione Nazionale degli Studenti. Appoggiando apertamente il presidente riformatore Joao Goulart, dopo il colpo di stato militare, Serra fu costretto all'esilio, primain Bolivia, poi a Parigi. Tornato clandestino in Brasile cercò di riorganizzare AP ma in seguito all'ondata di arresti si rifugiò in Cile, dove rimase per 8 anni, concludendo gli studi, conoscendo e sposando la psicologa Sylvia Mónica Allende Ledezma (la coppia ha 2 figli) e lavorando come economista nel governo Allende. Dopo il colpo di stato di Pinochet si impegnò per far fuggire molti perseguitati, per questo fu arrestato e condotto nel famigerato Stadio Nacional di Santiago, da dove fu fatto fuggire da un militare, poi fucilato. Serra si rifugia per 8 mesi nell'ambasciata italiana e poi negli USA dove completa il dottorato alla Cornell University. Tornato in Brasile nel 1977, appoggia la carriera politica di Fernando Henrique Cardoso, che aveva conosciuto in Cile, e che sarà negli anni '90 presidente. Membro dell'Assemblea Costituente dell'1988 nella Commissione Tributaria, ha creato l'assicurazione per la disoccupazione (il nostro assegno di disoccupazione),il fondo finanziario per l'aiuto alle zone più povere del brasile (una specie di cassa del Mezzogiorno) ed ha criticato la Zona Franca di Manaus. Uno dei fondatori del PSDB (Partito Social Democratico Brasiliano), viene eletto deputato federale e poi senatore, tentando però senza successo varie volte l'elezione a sindaco di San Paolo. Nominato ministro delle finanze ha creato il programma "Brasil em Ação", un pacchetto di opere in partnership tra governo centrale e governi statali. Ma è come Ministro della Salute che fa le cose migliori: il programma di lotta all'AIDS è copiato in tutto il mondo e riceve una menzione speciale dall'ONU e inventa il concetto di medicinali generici a basso prezzo e a dispetto dei brevetti internazionali, cosa che gli costa molte critiche a livello internazionale.
Si candida a presidente nel 2002 ma perde contro Lula. Nel 2004 finalmente riesce a essere eletto sindaco di San Paolo e durante il suo mandato si concentra soprattutto sulla riforma del sistema scolastico, una delle sue priorità anche nella campagna presidenziale. Dopo l'annuncio della sua candidatura i vari partiti che appoggiano Serra hanno litigato per un po' prima di scegliere il vice, scelta poi caduta a sopresa sul semisconosciuto deputato di Rio de Janeiro Indio Da Costa
Senza il carisma di Lula, Serra è un politico di stile europeo, molto professionale e competente, il suo problema è troversi a competere con l'eredità dell'uomo più popolare e amato del Brasile. E' stato difficile anche pensare ad una strategia di campagna elettorale, di fronte agli indiscutibili successi del governo. Purtroppo ad un certo punto, forse per disperazione, è stata scelta la via dell'attacco ad personam contro Dilma (Lula è inattaccabile, non se ne può parlare male), una strategia molto discutibile.
Punti forti:
- Le ottime cose fatte come prefetto di San Paolo nel campo dell'educazione e delle infrastrutture
- L'esperienza di governo
- L'appoggio della classe media del sud e di San Paolo
- Mancanza di carisma
- La difficile battaglia contro la figura carismatica di Lula
- I successi del governo precedente
Marina è la classica candidata alternativa, che piace ai giovani e ai radical chic di sinistra, con moltissima campagna fatta con internet e le reti sociali, ma che non ha i mezzi e l'appeal per poter pensare a nulla più che un buon risultato al primo turno. Ho sentito molti che voteranno Marina al primo turno e Dilma al secondo.
Punti forti:
- Candidata nuova, fuori dagli schemi della politica tradizionale
- Può raccogliere i voti degli elettori di sinistra delusi dal PT
- E' una delle poche del Nord, un bacino di voti piccolo ma significativo
- Non ha nulla da perdere perchè parte già sconfitta
- Nessuna esperienza ad alto livello
- Poche risorse e pochissima forza del partito
- Programma soprattutto concentrato sulle questioni ambientali


