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Sunday, 21 February 2010

Caxirì & Cachaça

In questi giorni di carnevale si fa ancora più evidente, se possibile, il problema dell’alcool qui a Sao Gabriel, dove la festa non viene celebrata come a Manaus con la sfilata delle scuole di samba (ovviamente gli indios non hanno questa tradizione e visto il loro carattere tranquillo e timido sarebbe impossibile immaginarli in quel casino pazzesco del sambodromo), ma semplicemente come occasione, tanto per cambiare, per bere. Preparando il progetto per la comunità di recupero per alcolizzati mi sono letto una ricerca fatta 2 anni fa dall’università di Manaus sul fenomeno dell’alcolismo proprio qui nell’Alto Rio Negro, che dice due cose interessanti per capire il perché di un problema così grande. La prima è che è sempre esistita la tradizione del bere da parte delle comunità indigene: nelle feste era un’occasione di socializzazione e quando il villaggio era impegnato in attività comuni, tipo costruire nuove capanne, pescare, cacciare, pulire la foresta (quindi praticamente ogni attività) si iniziavano i lavori bevendo tutti insieme il caxiri (la bevanda fatta di mandioca fermentata che sa di frutta marcia di cui avevo già parlato) come rituale.
Per cui i commercianti hanno avuto buon gioco a vendere la cachaça con la scusa che era più buona (ed è vero, il che è tutto dire, vista la qualità pessima) e già pronta: ancora oggi nelle comunità lungo il fiume vengono scambiati kili di pesce o per 2 o 3 bottiglie di cachaça, visto che il denaro non si usa.

L’altra osservazione interessante riguarda la presenza missionaria, dei salesiani in particolare, che arrivarono qui all’inizio del ‘900: la ricerca li accusa senza mezzi termini di aver destrutturato le comunità indigene, facendogli perdere quella gerarchia e quelle tradizioni che erano da sempre il collante che le teneva insieme. I salesiani hanno cominciato a fondare scuole un po’ dappertutto (Sao Gabriel, Iauaretè, Içana, Taracuà,Pari-Cachoeira) nell’Alto Rio Negro: l’insegnamento era ovviamente in portoghese e di forte marca religiosa (basta pensare che fino agli anni 60 la messa anche qui si celebrava in latino per gli indios), per cui chi usciva dai collegi salesiani veniva poi spinto dai missionari stessi a farsi scegliere come capo villaggio (capitão, nel linguaggio di qui), che poi spingeva per far abbandonare le tradizioni come la poligamia, le gerarchie rigide ecc. In più i collegi fungevano da catalizzatori per riunire in nuove comunità che prima non esistevano, varie famiglie provenienti da luoghi (e a volte etnie) diverse. A tutto ciò si aggiunge la scoperta fatta, ahimè subito, dai portoghesi, della passione per la cachaça degli indios: i reclutatori di schiavi organizzavano grandi bevute collettive e poi caricavano gli uomini rincoglioniti dall’alcool sulle navi con cui li portavano a Manaus per lavorare (e morire) nelle piantagioni di caucciù o come manovali.
Insomma, tanto per cambiare, le responsabilità vanno attribuite al nostro desiderio di portare la civiltà e il nostro Dio a chi ha sempre vissuto in un equilibrio tanto efficiente quanto fragile con il mondo che li circonda. Oggi i missionari che lavorano con gli indigeni hanno un approccio totalmente diverso (meno male!): imparano le lingue (o meglio cercano, perché al di fuori dell’ Nhaangatu le altre sono impossibili), rispettano le tradizioni, gli usi e i costumi…come dice Giustina: “Noi qui siamo degli ospiti, questa terra è loro e noi dobbiamo comportarci come tali”. Certo i danni fatti in passato sono probabilmente irreparabili, la cosa che mi colpisce di più quando si ha a che fare con gli indigeni è il loro “sentirsi meno”: loro stessi si considerano inferiori ai bianchi, 300 anni di piedi in testa hanno prodotto questo tremendo “auto-razzismo” per i ragazzi a Sao Gabriel si vergognano a dire che parlano Baniwa o Tukano e qualsiasi cazzata arrivi da Manaus è considerata assolutamente il nonplusultra

La vita a Sao Gabriel

Come avevo già detto Sao Gabriel è una città di frontiera, nonostante i confini con Colombia e Venezuela siano a diversi giorni di barca, e quindi considerata area strategica dall’esercito, per cui piena di caserme e militari, che non fanno quasi nulla durante il giorno e raramente si vedono in giro, a parte al mattino presto quando passano davanti a casa correndo e cantando le marce militari come nei film sul Vietnam. C’è però una cosa che ho scoperto qui, che in città tutti sanno ma di cui è vietato parlare, men che meno sui mezzi di informazione nazionali (qui non esistono tv o giornali): esiste in realtà da anni una vera e propria guerra con scontri e morti quasi quotidiani tra esercito e guerriglieri delle FARC (la narco-guerriglia colombiana che controlla in pratica buona parte dell’Amazonia colombiana) lungo tutta la frontiera.

In Colombia non se ne parla perché il presidente Uribe deve passare come colui che ha sconfitto le FARC, in Brasile ovviamente perché politicamente sarebbe poi difficile da giustificare visto che ufficialmente non accade nulla. In realtà la situazione è abbastanza singolare: in città ci sono parecchi guerriglieri “nascosti”, uso le virgolette perché nascondersi in un posto dove tutti sono indigeni tranne una piccolissima minoranza e in più parlando solo spagnolo, non è molto facile…comunque quelli che stanno qui commerciano droga in cambio di armi sostanzialmente….con l’esercito, lo stesso che alcuni kilometri più a nord gli spara addosso…potere del denaro e della cocaina! In più ricordo che anni fa sono stato a Cucuì, il villaggio proprio sulla frontiera lungo il Rio Xiè e mi ricordo la vigilanza dell’esercito, non esattamente la stessa della DDR ai tempi del muro….3 o 4 ragazzi morti di caldo e di noia che dormivano o giocavano a pallavolo o fischiavano alle ragazze mentre sul fiume davanti a loro passava di tutto, compreso il mio amico Josimar con la barca carica di benzina, comprata di contrabbando in Venezuela, che gli faceva ciao ciao con la mano. Adesso a Sao Gabriel di notte il fiume illuminato dalle veloci barche a motore delle FARC che caricano e scaricano droga e armi e si dice che esistano enormi magazzini nascosti nella foresta e sulla serra che vengono man mano svuotati quando si trasferisce la droga a Manaus

Davide - Cobra 1-0

La prima domenica che ho passato a Sao Gabriel ho avuto il mio primo confronto serio con un serpente, fino ad ora li avevo sempre visti che si facevano i fatti loro oppure affrontati da qualcun altro, invece me lo sono trovato sul sentiero già incazzoso ancora prima che avessi fatto qualcosa. Per fortuna c’era una scopa a portata di mano che ha fatto il suo dovere. Era una cobra Cipò (c’è da dire che qui qualsiasi serpente è chiamato “cobra”), un tipo che di solito vive sugli alberi e caccia uccelli e altre creature che si arrampicano, probabilmente era incazzato perché era per terra; come ho sperimentato è per natura aggressivo, mortale e in più sputa il veleno se non riesce a mordere.
Non è il peggio che esiste qui: Cobra Papagaio e Jararaca gli fanno un baffo in quanto a pericolosità, senza parlare di quelli che non mordono ma soffocano tipo la Jiboia e la arcinota Anaconda, che può ingoiare un bambino di 12 anni. Anni fa ho visto proprio qui a Sao Gabriel una pelle di anaconda in una casa, occupava un’intera parete…
L’episodio mi dà lo spunto per parlare dell’idea che hanno gli indios della malattia: nessun male fisico viene dal nostro corpo, tutti sono originati da malefici che qualcuno fa contro di noi. Anche il serpente era lì perché qualcuno lo ha fatto andare. L’idea secondo me è molto bella, significa che la natura non è nostra nemica e che anche noi stessi non possiamo farci del male. Ho rivisto qui Rosy, l’infermiera di Vicenza, da anni in Amazonas, che anni fa aveva ammazzato di lavoro me e il Riki Gionta nei 5 giorni che avevamo passato da lei a Taracuà, il villaggio a 2 giorni di barca da Sao Gabriel, dove ha costruito e gestisce un piccolo ospedale, lavorando soprattutto con la medicina popular come vengono chiamati qui i rimedi che gli indios usano per curarsi, estratti da piante e animali o frutto di strani intrugli. Il personaggio è davvero particolare: un donnone di 60 anni e un metro e di 90 con una carica e una vitalità spaventose, come avevamo imparato a nostre spese. Sopravvissuta a 3 o 4 cadute nel fiume, nonostante non sappia nuotare, a varie fratture e infezioni, malarie e dengue assortite, il suo metodo di lavoro è conosciuto e copiato in tutto l’Alto Rio Negro ed a Taracuà da anni insegna a ragazze di tutta la zona (cioè giorni e giorni di barca) a curare con tutto ciò che è reperibile nella foresta. Lei mi diceva per esempio che è difficile che gli indios muoiano per un morso di serpente a meno che non siano già debilitati, o anziani o bambini: di solito per ogni morso esiste una cura. Per esempio il morso della Jararaca, considerato ultra-mortale, si può curare se entro brevissimo tempo prendi il serpente, lo apri e ne mangi il fegato. Ora, a parte trovare il fegato dentro un serpente,m i chiedo come diavolo si faccia a restare talmente lucidi da rincorrere il serpente che ti ha appena morso e catturarlo…mah… Le fratture invece si curano con dei bagni di acqua, un’ erba particolare, e ossa di una specie di scimmia. Ad ogni male poi è associata una cerimonia di purificazione e di cacciata del maleficio che lo ha provocato, una specie di aspirina o citrosodina…..quelle cose che vanno sempre bene. E’ curioso come a Manaus si trovino centomila bancarelle nei vari mercati che vendono ogni genere di queste erbe e misture per curare (quelle per fare sesso per ore e ore con nomi tipo “quebra-cama” - spacca letto - sono immancabili), spessissimo usate nei rituali di macumba e umbanda (ne parlerò), mentre qui che tutti le usano nessuno le vende.